Profondo De Rossi e la domanda che nessuno fa

Profondo De Rossi, ecco alcuni titoli:

  • Una carriera in rosso: De Rossi e le 14 espulsioni
  • Riemerge il lato oscuro di Capitan Futuro
  • Eurofollie che costano la Champions

“L’ha fatto. Di nuovo. Dieci anni dopo quella gomitata con cui aprì lo zigomo a McBride e che gli costò 4 turni di squalifica ai Mondiali tedeschi, Daniele De Rossi si è ripetuto. Espulso, per la quattordicesima volta in carriera, la dodicesima con un rosso diretto.”   Sport Mediaset, titolare dei diritti Champions League

Profondo rosso De Rossi Alessandro Vianello Mental Coach Spin Leader

Ancora qualche dubbio sul fatto che la testa venga prima del piede?

Chissà quante persone in questi 10 anni gli avranno parlato. Penso a suo padre (capo allenatore della Roma Primavera), ai suoi tecnici del club (Spalletti, Zeman, Ranieri, Luis Enrique, Garcia, etc.), ai tecnici della nazionale italiana (Lippi, Donadoni, Prandelli, Conte), a tutti i dirigenti, ai presidenti, ai compagni, ai familiari e agli amici. Tra queste persone ci sono uomini di grandissimo carisma che hanno vinto tutto. Eppure a cosa è servito?

A niente.

Perché parlare di un problema non basta per risolverlo. 

Lo capisce anche un bambino che ci vuole un professionista per fare quel lavoro e che le raccomandazioni da sole non bastano.

Viviamo nel calcio dei trasferimenti multimilionari, dei droni che riprendono gli allenamenti, dei gps che contano i metri di ciascun giocatore in allenamento e partita, dei cardio che registrano ogni battito, dello studio della composizione ematica e del lattato di ogni atleta, di softwares eccezionali per l’analisi statistica e poi una quarantina di milioni di euro se ne vanno in fumo perché nessuno lavora veramente sulla testa. Questo è incredibile.

Se fossi un tifoso della Roma mi girerebbero un bel po’ e vorrei sapere dalla mia società e dal mio capitano quante ore di lavoro in 10 anni ha fatto per risolvere questo suo problema che emerge proprio nelle gare decisive. Vorrei sapere con chi ha lavorato e per quanto tempo. Vorrei almeno avere la certezza che la mia società e il mio Capitan Futuro ci hanno provato fino in fondo. Questo mi sembra il minimo sindacale per un campione a cui la AS Roma nell’ultima decade ha corrisposto un ingaggio lordo di oltre 70 milioni di euro.

Il caso profondo De Rossi ci fa capire quale sproporzione immensa esista nel calcio professionistico tra la quantità e qualità del lavoro fisico, tecnico e tattico rispetto a quello mentale: un’oceano Vs una goccia. Si spacca in quattro il capello dal punto di vista fisico, tecnico e tattico e si è rimasti alla preistoria dal punto di vista mentale.

Questo dicono i fatti.

Se Capitan Futuro, giocatore straordinario, persona intelligente e di cultura, non è riuscito a evolversi uscendo da una reazione istintiva (quindi per definizione rigida) a determinate sollecitazioni in determinate circostanze, vuol dire che qualcosa non funziona. O pensiamo veramente ancora che “basta fargli un discorsetto” per risolvere la cosa?

Mi spiego meglio.

Reagire istintivamente significa non avere scelta perché ad un certo stimolo connesso ad un certo ambiente si risponde in maniera obbligata sempre nello stesso modo. Il lavoro di sport coaching in questo caso consiste nel creare le opportunità profonde (inconsce) di rispondere anche in modo diverso.

Se mi dai un pugno posso:

  1. dartene un’altro;
  2. posso fare finta di niente;
  3. posso darti una carezza.

De Rossi non ha avuto scelta, ha risposto nell’unico modo che conosce, il primo. Non ha fatto apposta, semplicemente non è stato aiutato a crearsi una strada diversa, anzi nel tempo la sua risposta istintiva si è rinforzata con l’abitudine, perché 12 espulsioni dirette sono un numero inequivocabile.

Al di là del dispiacere per l’esclusione di una squadra italiana dalla Champions League e alla compassione per il dolore dell’uomo Daniele (non augurerei a nessuno certi momenti), se una colpa esiste è solo il non averci lavorato o il non averci lavorato abbastanza o il non averci lavorato nel modo giusto, ma queste informazioni non le avremo mai, sono tabù.

Ci fosse infatti stato un giornalista della Rai, di Mediaset, di Cairo o di Sky che avesse fatto questa domanda:

In 10 anni quante sessioni di allenamento mentale ha fatto il Signor De Rossi per risolvere questa cosa? Vogliamo sapere il numero e con chi. E finché la AS Roma, la Federazione Italiana Gioco Calcio e il signor Daniele De Rossi non ci danno il report esatto di quanto fatto in questi 10 anni non molliamo. I tifosi devono sapere. 

Allora potremmo scoprire che:

  • ci ha lavorato almeno 2 ore a settimana per 10 mesi all’anno per 10 anni; (questo sarebbe circa il 10% rispetto all’allenamento fisico, tecnico, tattico, comunque ad oggi un’eccellenza assoluta guardandosi attorno). A questo punto diremmo “complimenti per averci provato, hai tutta la nostra stima e umana solidarietà!”. Qui non c’è stato un problema di impegno ma di qualità del lavoro svolto, evidentemente non si sono trovate le persone giuste perché è impossibile che questa cosa non sia risolvibile, dai non scherziamo, l’essere umano non è immutabile o vogliamo sostenere anche questa bestialità come alibi?
  • ci ha lavoricchiato a spot senza nessun risultato; Allora vorrei sapere come, con chi e per quanto tempo, avendo anche un report di natura economica dell’investimento che la FIGC, la Roma e il calciatore hanno fatto per migliorare la situazione;
  • non ci ha mai lavorato veramente e la cosa sarebbe imbarazzante. Cioè nel calcio business 12 rossi diretti che hanno fortemente penalizzato i risultati sportivi (quindi economici) sono stati fatti passare come un evento normale?

Cerchiamo adesso di ampliare i punti di vista per comprenderne le ragioni profonde.

Spesso, quando si parla di allenamento mentale in una società di calcio professionistica le risposte più frequenti sono “non ne abbiamo bisogno…”, “ci pensa l’allenatore…”, “nel calcio questa cosa non funziona…”, naturalmente senza averla mai provata veramente. Così ci sono duemila fisioterapisti e nessun calcio mental coach e quando qualcuno ce l’ha i Media, per ignoranza, lo associano ad un problema della squadra, invece di considerarlo a pieno titolo come un miglioratore della prestazione alla stregua degli altri componenti dello staff, come avviene ad esempio nel football americano dove ce ne sono più d’uno, specializzati in cose diverse. In Italia si parla erroneamente di motivatore, quando si sa benissimo che un calciatore professionista non ha bisogno di essere motivato, ma di trovare nella collaborazione con un Mental Coach Spin Leader le strategie e i metodi per tirare fuori costantemente il meglio di sé in campo e fuori, lavorando sulla leadership e sulla continuità di rendimento in campo, ovvero sull’emblema del successo nel calcio come insegna Cristiano Ronaldo.

Leadership e continuità di rendimento in campo.

Purtroppo e paradossalmente, spesso più un giocatore è forte e meno si ha il coraggio di programmare veramente con lui un lavoro nel tempo che costituisca una vera evoluzione professionale e personale. Si lavora solo sul piede e molto poco sulla testa per costruire un Uomo prima di un calciatore. La cosa allarmante è che questa tendenza si manifesta già da subito nei settori giovanili, dove il ragazzo col maggior talento tecnico è quasi un intoccabile, perché hanno tutti paura che mettendolo sotto “pressione educativa” se ne vada altrove con un danno economico immenso per il club. Quindi “tutti zitti finché non lo vendiamo, lasciamo correre le peggio cose, facciamolo sentire una divinità”, perché la paura dei mal di pancia, la scarsa personalità etica di dirigenti ed allenatori, la mancanza di una vera programmazione a lungo termine per il bene dell’intero movimento, non permettono di entrare in relazione diretta sulle componenti fondamentali della prestazione già a livello giovanile costruendo una mentalità aperta al continuo lavoro sul proprio talento, specie a livello mentale.

La testa viene prima del piede.
Antonio Conte

Oggi, i calciatori spesso scambiano la professionalità con l’arrivare puntuale e con l’indossare la divisa del club con la cravatta ben allacciata. Essere professionali, invece, significa investire costantemente su se stessi, non per bisogno ma per scelta, per metodo, per abitudine mentale, per cultura del lavoro e della programmazione. E di questa debolezza sono responsabili anche i Media perché le classiche Balotellate o Cassanate fanno notizia e vendono di più di un gol.

Come mai nessuno di noi ha sentito fare ai giornalisti francesi questa domanda a Zidane:

Caro Zizou, la tua testata a Materazzi ci è costata il Mondiale. Quanto lavoro hai fatto in questi anni per superare questa tua cattiva abitudine che si era già abbondantemente manifestata in passato, proprio nello stesso modo? Proprio perché sei il giocatore più forte del mondo e il nostro capitano avresti dovuto lavorarci, non credi?

Silenzio assordante.

Come mai nessuno di noi ha sentito fare ai giornalisti argentini questa domanda ad Higuain:

Caro Pipita, col Napoli hai tirato fuori il rigore che probabilmente è valso la mancata qualificazione alla Champions League e poi con l’Argentina lo hai tirato esattamente nello stesso modo, una fotocopia che ci è costata la Coppa America. Cosa hai fatto in questo lasso di tempo per sistemare quella cosa, o vuoi veramente farci credere che il problema sia un stato un problema di tecnica?

Silenzio assordante.

Tutte queste cose le dovremmo sapere per il bene del movimento intero, perché in riferimento a Profondo De Rossi non stiamo parlando di un giocatore medio ma di uno dei calciatori più forti a livello mondiale, patrimonio del nostro calcio e del suo club.

Ma tutto tace, sono molto più interessanti i balletti di Dani Alves, le capigliature di Pogba, i tweets delle mogli e naturalmente il calcio mercato.

Penso che oggi più che mai serva una nuova mentalità verso il coaching e l’allenamento mentale, perché un Mental Coach Spin Leader non deve essere cercato solo per risolvere un problema ma soprattutto quando le cose vanno alla grande, per lavorare sui dettagli della prestazione, quelli che fanno veramente la differenza nell’alto livello.

E tu cosa ne pensi?

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