Meditazione vipassana: come cambia la vita

Come la meditazione vipassana ti cambia la vita Alessandro VianelloCome direbbe il Maestro, la Meditazione Vipassana porta al Nirvana e ti cambia la vita, nel senso che dimagrisci anche. Questo capitolo 13 potrebbe chiamarsi anche “non mollare mai” oppure “sei destinato ad avere successo”, devi solo stare nel sentiero fidandoti di quello che ti viene insegnato e tenere duro per superare quelle difficoltà indispensabili alla purificazione e alla crescita personale. Questo è il racconto di un’esperienza sconvolgente, una di quelle che non lascia più niente come prima e che ti porta in una dimensione diversa, dove consapevolezza ed equanimità diventano le basi di una saggezza che ti conquisti sulla pelle, perché ogni passo lo puoi fare solo tu, non ti viene regalato da nessuno.

Niente viene giù dal camino.

Se stai leggendo questo post forse avrai già letto quello che l’ha preceduto, ovvero Sei fuori o Vipassana e sarai curioso di sapere come sono sopravvissuto a questi 10 giorni di completo isolamento e meditazione vipassana.

Diciamo che mi hanno messo metaforicamente molto ma molto alla prova ed è cambiata tutta la mia vita.

Prima di tutto il mio atteggiamento verso il cibo è cambiato. In quest’esperienza all’isola dei famosi per meditativi ho capito che al corpo basta il giusto per stare bene e che l’alimentazione vegetale non è certo la responsabile di tutti i mali del mondo, anzi.

Prima di vivere questi 10 giorni di meditazione vipassana, in cui mangi vegano per una questione di condotta morale connessa alla meditazione, ossia ti prendi l’impegno di non uccidere nessuna creatura vivente e neppure di alimentare la loro uccisione cibandoti di animali che qualcuno dovrà pur macellare, pensavo che una persona che non amasse la mortazza fosse socialmente pericolosa, un poco di buono, un soggetto con cui non fare mai affari e di cui non puoi fidarti veramente.

“Ma come si fa a non amare la mortadella?!?” pensavo..

Oggi, invece, ho maturato un grande rispetto per chi sceglie di alimentarsi diversamente, sia per una condotta morale che per star bene.

Ma torniamo a noi, perché quando prendono la tua vita e fanno copia incolla al contrario di quello che sei abituato a fare, cambiandoti fuso orario, alimentazione, abitudini ed operatività, allora capisci che vivrai un’esperienza che entrerà per sempre nella tua storia e in quella di chi ti incontrerà dopo. Sicuramente è presto per dire che questi 10 giorni di meditazione vipassana sono stati i più importanti della mia vita, di certo hanno spostato il mio focus dall’esterno all’interno. Prima molte energie erano destinate a cambiare il fuori, adesso sono tutte destinate ad evolvere il dentro, perché la felicità viene proprio da lì.

E non c’è niente che mi dia più felicità di fare un po’ di outing…

Devi quindi sapere che:

  • Prima di mettermi in viaggio per le colline toscane, conoscendo l’alimentazione dell’isola dei famosi per monaci buddisti, mi sono concesso un pranzo loculliano in una trattoria romagnola sulle colline di Faenza, giusto per non farmi mancare niente. L’atmosfera era da ultima cena con quella tipica ignoranza del patacca che mi porto sempre dietro, l’ultimo desiderio di un condannato a morte condiviso amabilmente con un cliente più patacca di me che mi ha accompagnato gastronomicamente fino al dessert, non senza ironia per quello che avrei vissuto a distanza di qualche ora: il digiuno fantozziano.
  • Quando sono arrivato ho cominciato a studiare tutti quelli che avrebbero partecipato alla mia stessa avventura. Non vedevo l’ora di scoprire chi fossero gli altri pazzi scatenati che si sarebbero fatti imprigionare volontariamente per 10 giorni di meditazione vipassana sottoponendosi ad una tortura senza fine. All’apparenza, a parte qualche social case, erano tutti normali. Per la cronaca 32 femmine, 28 maschi, più 10 servitori. Persone da tutta Italia, di tutte le età ed estrazioni sociali. Un 20% di stranieri. Nella mia camerata un agricoltore siciliano di 31 anni, un controllore di volo aereo romano di 43, un formatore francese di 40, un ragazzo sloveno di 28, un pagliaccio di 57. Sì, proprio un pagliaccio, un artista di strada di professione saltinbanco e ciarlatano che l’ultima sera ci ha deliziato con dei numeri da circo. Leggendario.
  • Ho redatto una lista di persone che invece non avrebbero mai partecipato a causa del voto del silenzio. Prima fra tutte mi zia Graziella, detta ‘la Radio’, che non avrebbe resistito neanche un minuto. Uno volta scattato il Nobile Silenzio della parola e degli sguardi avrebbe attaccato: “Allora da adesso se ho ben capito non si può piu parlare… Sapete, una volta anch’io ho fatto il gioco del silenzio quand’ero bambina… Non ci crederete, non sono mai riuscita a vincere una volta… ho sempre perso… Sì, è incredibile come possa essere successo… Allora adesso che facciamo?!? Ma voi pensate che stare zitti sia giusto?”, ah ah ah e poi disperata sarebbe fuggita.
  • Ho preparato una strategia basata sul banalissimo ma sempre efficace pseudonimo di genere per indurre in tentazione gli altri meditatori e farli a parlare. Con le donne avevo pensato di entrare nella loro camerata con una copia di Novella2000 dicendo: “Sapete che Albano e Romina si sono rimessi insieme?” (e tutte: noooo, veramente? – ed ecco materializzarsi Briatore col suo Sei Fuori!). Con i maschi invece avrei puntato sul calcio: “Incredibile!!! Ma sapete che la Juve ha vinto 4-0 col Real Madrid?!? Tripletta di Morata e gol allo scadere di Buffon di testa su assist della D’Amico di tacco!” (e tutti: noooo, come cavolo fai a saperlo? – e riecco Briatore con il suo Sei Fuori!).
  • Quando ho spento e consegnato l’iPhone dentro di me ho pianto. Forse anche fuori.

Ora non ti racconterò l’esperienza della meditazione vipassana, è una cosa troppo grande e personale, devi viverla per capirla veramente, ma ti darò qualche simpatico consiglio se vorrai andarci.

  • Prima di partire parla con chi resta a casa, spiega bene le condizioni di questo ritiro spirituale perché non sono ammessi contatti di nessun tipo per quei 10 giorni di meditazione vipassana. Devono resistere i tuoi cari ed anche tu. “Devi fare questa prova della tecnica così com’è, senza concessioni”, dice il Maestro Goenka. Le ultime telefonate è meglio farle ad un’ora di strada da Luterano perché la location è in una vallata dove il telefono non prende. L’hanno scelta così per cominciare a farti sperimentare cosa vuol dire isolamento. Se quando arrivi devi ancora chiamare qualcuno, poiché non esiste nessun campo nel telefono se non quello della fattoria di fronte alla villa, ti viene il primo attacco di ansia. Stai tranquillo, non ti daranno nessun saio col buco dietro, ma riprendi la macchina inventandoti una qualsiasi scusa come ho fatto io e torna indietro fino a dove prende. Un bel saluto a chi ti vuole bene ti aiuterà ad arrivare fino alla fine.
  • Evita di chiedere, dopo aver firmato il regolamento, se durante l’amabile soggiorno alla villa di Veriolo puoi ricevere delle telefonate da casa, come ho fatto io. Della serie veramente fate sul serio? Ebbene sì, fanno sul serio. Ti guardano come fossi un demente totale e ti dicono anche un po’ intimamente seccati: “sono solo 10 giorni…” (che non passano mai). Imparerai un altro concetto del tempo. Imparerai la pazienza.
  • Evita di rispondere sì, anche per senso dell’umorismo (like me), alla domanda: “hai malattie mentali?”. Chiaro che chi partecipa ad una cosa del genere ne ha, ma non devi dirlo altrimenti ti fanno un sacco di domande e poi tutto diventa più difficile.
  • Quando ti accorgi di essere veramente in prigione niente panico. All’inizio ti sembra di essere in un lager. Non puoi uscire dal confine della villa, mangi quel poco che ti danno, sei ai lavori forzati mentali, ti chiamano alle attività con il gong e vedi una moltitudine di esseri umani dirigersi in silenzio alla velocità del bradipo svenuto in sala meditazione o alla mensa. La scena è inquietante, sembrano tutti ipnotizzati e svuotati dall’anima. In realtà la stai ritrovando, ma all’inizio la sovrapposizione tra il capanno in legno della ‘dhamma hall’ e le capanne in legno dei campi di sterminio è destabilizzante. Nei primi giorni ho pensato a tutte le persone che sono state veramente imprigionate e che hanno subito di tutto solo per appartenere ad una razza diversa o per avere idee diverse. Vivere su di te quella sensazione di essere in carcere, anche se tu ci sei volontariamente solo per qualche giorno, ti fa capire quanto dolore hanno patito e quanto si sono sentite perse sapendo che forse non sarebbero mai uscite di lì. Non c’è stato un giorno in cui non ho pensato a Nelson Mandela e a Carmelo Musumeci. Il primo è stato 27 anni in una stanzina 2 metri per 2 senza vedere il cielo. Immenso per aver resistito così tanto e per essere riuscito ad essere ogni giorno il padrone del suo destino e per essere uscito con la voglia di abbracciare chi l’aveva messo lì. Il secondo è stato messo giustamente in carcere per i reati gravissimi commessi, al punto di avere l’ergastolo ostativo (fine pena mai). Un uomo che attraverso il dolore e lo studio si è liberato diventando un messaggero di pace. Riceve le lettere di papa Francesco, scrive libri e porta la sua testimonianza nelle scuole. Nessuno lo farà mai uscire, anche se la pena dovrebbe essere solo un mezzo di redenzione, non di punizione permanente. Due storie opposte, entrambe bellissime.
  • Portati almeno due paia di ciabatte, un paio resta sempre nella villa dove devi circolare con le pattine come dalla nonna e se sgarri sei morto, l’altro paio puoi usarle fuori, così quando vai alla mensa o alla sala meditazione vipassana in coma neuro-vegetativo con l’encefalogramma più piatto del cervello di un’ameba non ti metti ad allacciarti e slacciarti le scarpe tutte le volte che entri ed esci da un luogo (like me) diventando più pazzo di quanto già sei.
  • Lascia stare le prugne cotte. Sono un terribile trabocchetto presente ogni giorno in sala mensa. Guarda e passa.
  • Resisti fino alla fine. Stai lì. Non mollare. Al secondo e sesto giorno vedi l’arcangelo Gabriele, la Madonna e tutti i santi, ma stai lì. Credimi, ne vale la pena.

Momenti indimenticabili:

  • Il primo gong. Ore 4:00 del giorno 1. Mentre mi facevo la doccia al freddo stralunato come poche volte al mondo, una sola domanda risuonava nella mia testa mentre mi cadeva il sapone: “Ma veramente sono qui?”. 
  • Flash Gordon Jam. In un ambiente ovattato, compassionevole e meditativo dove tutti si muovono alla moviola, la fotonica velocità con cui è sparita la marmellata il primo giorno a colazione alle ore 6:30 resta indimenticabile. Alla faccia della meditazione vipassana… quella era fame!
  • 3/4. Il susseguente discorso serale sul cibo del Maestro Goenka per dileguare gli ultimi dubbi sul regime di privazione nel quale eravamo avvolti: “avrete capito che i pasti sono solo due, la colazione del mattino e il pranzo, a cui segue un the (senza biscotti) al pomeriggio. Tuttavia per meditare bene è consigliabile mangiare i 3/4 di quello che avreste mangiato normalmente facendo 5 pasti completi…” (grazie, com’è umano lei signor Goenka…).
  • L’incredibile baldanza degli insetti. Avendo tutti gli umani sottoscritto il patto d’onore di non uccidere nessun essere vivente in questi 10 giorni, quei grandissimi bastardi degli insetti hanno trasformato la villa della Vipassana nel loro paradiso terrestre, nel loro rave party 24h. Le cimici, ovvero gli esseri più detestati del mondo, si avvicinavano dicendoti: “Dai, sono qua, schiaccia dai, vieni, vieni, sei solo chiacchere e meditazione, chiacchere e meditazione!” (insopportabiliiii). Le zanzare invece di fare zzz facevano ah ah ah. Quando sentivi ridere eri spacciato. Le formiche, pace all’anima loro, marciavano in fila indiana dando l’assalto alla mensa e alle camerate. Una mattina ho sentito il loro Generale dire: “Formiche, avanti, march! Oggi andiamo all’assalto della provvista, c’è qualche domanda?”, ed una recluta alle prime armi: “Signor Generale, e se qualcuno ci schiaccia?”, ed il Generale con tono fermo e deciso: “Lei soldato a che plotone appartiene?”, “Incursori Signore!”, risponde fiera la recluta. “Ah ah, pensi che io ho fatto l’incursore in un ospedale civile, non in questo luogo da rammolliti dove nessuno ti fa niente per contratto. Erano altri tempi… ricordo le fughe dal Raid, le imboscate col borotalco, le fiammate dell’alcol… Bei tempi… Qui l’unico pericolo che corriamo è che qualche rincoglionito ci pesti! Ecco perché evitiamo gli spostamenti all’alba e nei momenti in cui vanno a meditare o a mangiare con la loro testa nelle nuvole. Quei pazzi non guardano neanche dove camminano!”, risponde il Generale. “E se qualcuno ci pesta di proposito contravvenendo al suo giuramento?”, chiede ancora la recluta. “Figliolo, ricordati che nella vita gli stronzi ci sono sempre!”. Parole sante, Generale!
  • Per Alessandro. E poi, quando ti senti veramente giù e vuoi tornartene a casa, entri in mensa il secondo giorno e vedi una ciotolina con su scritto il tuo nome. Ti guardi in giro e poi capisci che l’unico Alessandro sei tu ed è per te. Il Manager degli uomini si era ricordato della mia intolleranza al latte e aveva fatto preparare una porzione di kheer apposta per me. Tanta roba. Quel piccolo grande gesto d’amore mi ha dato la forza di andare avanti e resta un ricordo indimenticabile di quest’esperienza fatta di disciplina ferrea e cuore grande.
  • Olivia. In ogni classe c’è sempre un maledetto secchione, un individuo che ti fa sentire una chiappa, per giunta dolorante. Nel nostro corso di maggio 2015 questa aguzzina era una ragazza di colore tedesca, bella come l’Oliva Pope, che quando arrivavo stava già meditando, quando andavo via era ancora lì e che stava ferma come la statua del Buddha. In Adhiṭṭhāna (le sedute di forte determinazione in cui devi prendere una posizione mantenerla per 1 ora) stava lì come bere un bicchier d’acqua. Un vero e proprio incubo, come iscriversi alla scuola calcio e avere come compagni Messi e CR7. Quando l’insegnante le chiedeva in inglese: “riesce a sentire il tocco del respiro che entra e che esce?”, lei rispondeva: “Sì, certamente, per diversi minuti!” (cazzarola, io ci ho messo 3 giorni per arrivare a 10 secondi…). “Durante le 3 sedute di Adhiṭṭhāna quotidiane, per quanto tempo riesce a rimanere ferma nella stessa posizione?” , e lei: “Molto più di un’ora…” (io dopo 10 minuti vedevo le stelle, li mortacci tua…). “Capitale della Manciuria?”, e lei: “La Manciuria è una regione della China, non ha capitale ma è suddivisa in tre regioni: Heilonjiang, Jilin, Lianoning.” (ma vaffan…). Caspita sapeva tutto. Una volta mi sono alzato alle 3 per andare in dhamma hall a vedere se c’era e lei era già lì avvolta nella sua coperta a meditare! Insomma, una grandissima buddhana (illuminata). Inizialmente l’ho detestata, poi quando ho capito che ogni minuto in più che riesci a stare fermo è una tua conquista connessa alla purificazione della tua anima e passa attraverso lancinanti sofferenze, allora l’ho stimata veramente, tanto. Olivia era al suo decimo corso di 10 giorni. Tanta roba. Praticamente una monaca.
  • La motosega in camerata. Il terzo giorno al pomeriggio, travolto dalla stanchezza, un compagno d’avventura francese di professione formatore, invece di meditare nella classica posizione a gambe incrociate, si stende e s’addormenta paurosamente. Come un orso dei Pirenei in letargo comincia una russata che hanno sentito anche a Firenze, turbando la quiete della villa durante la meditazione nelle stanze. Imbarazzo allo stato brado! Avevamo una motosega accesa nella branda che disboscava una foresta, albero dopo albero. Non sapevamo come fare. Non potendo né parlare né toccarci, lo abbiamo lasciato al suo destino. Come per magia, l’insegnante alla sera ha poi ricordato a tutti la differenza tra il meditare, il dormire e soprattutto il russare. Un discorso inesorabile, con riferimenti puramente casuali. Il formatore è stato poi presumibilmente avvelenato. Al rientro dalla meditazione vipassana serale, il settimo giorno abbiamo trovato il suo letto vuoto con una frase sulla branda: Je suis Charlie.
  • La motosega in dhamma hall. E qui entriamo nella leggenda perché il quarto giorno, non memore del discorso serale del maestro Shifu, una donna, sì proprio una donna, si addormenta durante l’Adhiṭṭhāna (come ha fatto resta un mistero) e comincia a russare nel silenzio più assoluto della conclave dei meditatori. Imbarazzo allo stato bradissimo. Indimenticabile la faccia con cui il maestro convoca a sé i suoi scagnozzi per mandare a farla smettere. Non l’abbiamo più vista. Il giorno dopo alle 4:30 la sua piazzola di meditazione risultava drammaticamente vuota. A colazione abbiamo trovato una mano nella frutta sciroppata.
  • La scoreggia mondiale. Al quinto giorno, mentre stavamo placidamente pranzando all’aperto rassegnati al nostro destino, un signore straordinariamente dislocato, desituato, avulso da ogni contesto sociale e fuoriluogo come i cavoli a meranda (era l’unico che quando lo incontravi ti salutava in voce e ti ringraziava se gli tenevi la porta contravvenendo alla regola del Nobile silenzio della parola, degli sguardi e dei gesti), non contento di rappresentare già una frizzante turbativa della quiete, decide un bel momento di abbandonare anche il Nobile silenzio del corpo sganciando una scoreggia mondiale che deflagra come un petardo dentro una chiesa. Seguono devastanti effetti a catena. Al mio vicino di letto va di traverso il the e comincia a tossire come se non ci fosse un domani, un altro signore per non scoppiare a ridere scappa di corsa come Bolt inciampandosi e rischiando la vita, altri guardano impietriti immaginandosi già a pezzi dentro la vasca della frutta sciroppata, io mi butto direttamente dentro una siepe come la Cagnotto. Un momento epico. Penso che di queste persone così “fuori” che riescono a darti una prospettiva anche dentro un’altra prospettiva ce ne sia un gran bisogno nella vita, come dei rompiballe in azienda, temuti ed avversati come la peste invece di essere considerati una grande risorsa, quella che sa dirti anche quello che non vorresti sentirti dire svegliandoti dal torpore degli Yes Man.

Se nessuno dice iceberg finisci come il Titanic.

  • The Night Desert Storm. La sesta notte, forse al seguito dell’apertura sonora posteriore del giorno prima alla mensa, nel pieno della notte succede l’inevitabile. Il ragazzo sloveno che mi dormiva a fianco comincia ad urlare in un lingua incomprensibile e a sganciare una quantità di scoregge terrificanti che ci colgono preparati come gli Americani a Pearl Harbor. Da quel momento finisce la pace. Le rappresaglie notturne e la risposta al fuoco diventano la regola, con buona pace del Nobile Silenzio del Corpo. Meravigliosi momenti d’ignoranza maschile. Della serie, non entrate in quella camera. Orchestra di tromboni che mangiano solo fagioli.
  • Il Maestro Shifu. Il nostro insegnante italiano di meditazione Vipassana altro non era che l’incarnazione del Maestro Shifu di Kung Fu Panda. Praticamente due gocce d’acqua. I disegnatori della DreamWorks Animations sono partiti da lui e hanno creato di conseguenza il personaggio del cartone. Ricorderò sempre la calma e l’amore con cui ogni giorno l’inflessibile maestro di Po rispondeva alle mie domande, una più stupida dell’altra, perché proprio non volevo capire in cosa consisteva questa tecnica meditazione.
  • L’Adhiṭṭhāna. Ovvero l’incubo di ogni meditore, la seduta di forte determinazione dove quei dolori che ti vengono ti sembrano tutto tranne che impermanenti. Le ho fallite tutte fino alla seconda del giorno 8, quella dalle 14:30 alle 15:30, dove ai tuoi ‘disagi’ si sommava la temperatura da sauna della dhamma hall. Una grande soddisfazione, una conquista festeggiata 2 secondi prima dell’inesorabile Start again.
  • I canti in lingua pāli del maestro Goenka. Erano incomprensibili, ma quei toni bassi tibetani nella lingua liturgica del Buddhismo Theravāda ti entravano dentro, mandandoti in vibrazione tutto il corpo e dissolvendo la materia. Penso che durante l’Adhiṭṭhāna avrò ripetuto mille volte dentro di me Anitya, Anitya, che significa impermanenza, riferendola ai dolori che mi attraversavano sperando che finissero presto ed invocando queste due parole che segnavano la fine della seduta di forte determinazione. Tutto è Anitya, “ogni sensazione nel corpo, piacevole o dolorosa, ha la stessa caratteristica: sorge e passa. Inutile arrabbiarsi o bramare un qualcosa che è destinato a sparire”. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, perché vorresti sempre maledire i dolori che sopravvengono e vivere nel free flow, quella pioggia gentile e bellissima di sensazioni sottili che ti attraversa quando procedi nella tecnica. Tanta roba la meditazione vipassana…
  • Il tappo di Champagne. Quasi non volevo ritornate a parlare, non sapevo se ci sarei riuscito ancora, cosa che invece non è successa alle donne. Alle ore 10 del giorno 10 finiva infatti il Nobile Silenzio, così all’uscita della sala meditazione ciascuno poteva riprendere a parlare, gradualmente, con chi volesse. I maschi uscivano a sinistra, le donne a destra. Io rimasi ancora un po’ in dhamma hall ed improvvisamente dal lato destro un’esplosione di chiacchere come fossimo al mercato, un vociare che fuoriusciva come lo Champagne appena agitato e stappato, una vera e propria liberazione. Bellissimo quel silenzio proveniente da sinistra e quel caos da destra. Siamo proprio diversi. Il sorriso di Shifu fu il commento più bello.
  • 10 albe e 10 tramonti. A volte capita di vedere l’alba, ma vederne 10 di seguito immerso nella natura è stato come rivedere un vecchio amico dopo tanti anni. Ricordo tutte le temperature del giorno, i colori di ogni momento della giornata, i suoni del bosco. Le rane che mi salutavano alle 4:00, poi alle 5 e 10 si svegliavano gli uccellini che cantavano fino verso le 20 per lasciare il posto ai grilli e poi ancora alle rane. Lo spettacolo della natura.
  • L’ultimo gong. Come ho odiato il primo così ho amato l’ultimo. Sono entrato pensando di essere in prigione e sono andato via pensando che quello è stato l’unico posto in cui mi sono veramente sentito libero.

Le prigioni sono tutte fuori, la pace tutta dentro.

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Una grande occasione per Ricominciare da sé imparando dalla Vita e insegnamenti dei maestri del lontano Oriente

 Cosa mi è piaciuto:

  • Nessun proselitismo, nessuna religione a cui ti devi convertire. Puoi essere ebreo, cattolico, musulmano, ateo, buddista o quello che vuoi. Provi 10 giorni la tecnica di meditazione vipassana così com’è. Poi sei libero di fare ciò che vuoi.
  • Vivi un’esperienza mantenuta pura, senza moderne concessioni, la stessa esperienza da 2.500 anni ad oggi. Che tu sia in Italia, USA, Birmania, India o dove vuoi, l’inizio del dhamma è sempre lo stesso: 10 giorni fatti così, prendere o lasciare.
  • Nessuna teoria, tutta pratica. Prima fai, poi ti spiegano anche scientificamente cosa hai fatto. Ma prima lo fai, lo fai almeno 12 ore al giorno per 10 giorni, senza sgarrare un minuto.
  • Ogni miglioramento è una tua conquista. La meditazione vipassana è meritocrazia alla stato puro. Ogni passo verso la liberazione dalle miserie avviene attraverso il tuo impegno e il tuo lavoro.
  • Start again. Con queste parole il Maestro Goenka faceva ripartire ogni volta ed inesorabilmente la meditazione dopo ogni seduta di Adhiṭṭhāna al termine della quale eri sfatto, sfinito, distrutto. Volevi riposare per sempre, ma ti erano concessi solo 5 minuti all’aria aperta, poi si tornava dentro e si ripartiva. Potevi avercela fatta oppure no, in ogni caso Start again. Della serie, sia che tu vinca o che tu perda: Start Again. Ricomincia da capo. Questo è stato per me l’insegnamento più grande.

Il secondo tuffo non è mai nello stesso fiume.

1LINK: La Meditazione Vipassana insegnata da S.N. Goenka nella tradizione di Sayagyi U Ba Khin

PS: grazie per ogni condivisione meditata e socialmente ossessivo compulsiva. Life is sharing

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