Intervista mondoprimavera calcio primavera

Nel contesto calcistico ci sono tante figure importanti per il raggiungimento del risultato e degli obiettivi che ogni club si pone all’inizio di ogni stagione. All’interno di una società tutti sono importanti, dai giocatori che scendono in campo all’allenatore, passando per la dirigenza e i membri dello staff fino ad arrivare ai magazzinieri. Tra le figure “esterne” che possono essere molto rilevanti per le carriere di tanti calciatori ci sono anche i mental coach, professionisti che stanno sempre più emergendo nel calcio così come in tanti altri sport. Una figura, quella del mental coach, con il quale molti grandi calciatori collaborano: da Chiellini a Bonucci, passando per Candreva, Saponara, Gilardino e Toldo, che lo indicò tra le persone determinanti per la sua prestazione contro l’Olanda agli Europei del 2000. Per conoscere in maniera più dettagliata le dinamiche e la realtà di un ruolo come quello del motivatore, abbiamo intervistato in esclusiva Alessandro Vianello, mental coach di professione e autore del libro “Testa fredda cuore caldo”, tutorial rivolto ai giovani calciatori, disponibile in versione cartacea e digitale su Amazon.

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Ecco l’intervista Mondoprimavera calcio primavera dove Simone Negri ha sintetizzato in maniera perfetta il mio pensiero:

Usare la testa e lavorare sui dettagli: il mental coach non risolve problemi, costruisce soluzioni.

Quanta percentuale di importanza ha la testa nella carriera di un calciatore?
Nel calcio la testa è fondamentale. Lo dicono tutti i grandi allenatori: ricordo un’intervista di Conte in cui raccontava di aver visto giocatori molto più forti di lui tecnicamente che non erano andati oltre le categorie minori. Quindi la testa fa la differenza, così come l’atteggiamento. Credo che i grandi campioni abbiano queste caratteristiche prima di tutto: sanno lavorare sul proprio talento meglio degli altri“.

Come si lavora sulla testa?
Stimolando un giocatore a costruirsi sempre e comunque un’alternativa, un qualcosa che vada anche al di là del calcio stesso. Punto all’uomo prima che al calciatore, nella fattispecie. Perché è l’uomo che decide quando andare a dormire, cosa mangiare, che tipo di persone frequentare. Nel calcio è l’uomo che fallisce, non è il calciatore. Puntare sulla persona credo che sia la strategia vincente per ottenere grandi risultati nel campo, che è quello che i calciatori chiedono da una collaborazione con un mental coach“.

Quali sono le differenze tra un calciatore e altri sportivi sotto questo aspetto? 
Il metodo è sempre lo stesso, cambia però il contesto. Il calcio è abbagliante, ha delle caratteristiche che altri sport non hanno – spiega Vianello -. C’è una grande pressione sia mediatica che sociale. Molto spesso i ragazzi non sono aiutati neanche dalle famiglie, perché purtroppo si incontrano tanti genitori che investono sui loro figli: desiderano che abbiano successo e desiderano per loro una carriera nel calcio, creando delle aspettative che proprio non ci stanno. Il calcio è seducente e al tempo stesso anche molto pericoloso. Le statistiche ci dicono che un calciatore su ottomila, del settore giovanile, arriva alla Serie A. Morandi cantava uno su mille ce la fa (ride, ndr), ma qui parliamo di uno su ottomila, una cifra incredibile. Tutti gli altri non ce la fanno, hanno dato tutto al calcio e si ritrovano senza niente. Ecco la necessità di costruirsi un paracadute. Il messaggio che ho voluto lanciare anche attraverso il mio libro è il seguente: “Dai tutto, senza pensare che sia tutto (il calcio, in questo caso)”. Ovvero, pensa in una maniera più ampia, metticela tutta ma al tempo stesso costruisci una mentalità, una serie di valori, delle relazioni che ti porteranno poi a riempire la tua vita. Questo è il mio modo di lavorare con i calciatori”. 

Hai parlato del tuo libro. Che tipo di strumento è? Quale messaggio vuoi lanciare attraverso la sua diffusione? 
Non è un trattato di scienza comportamentale-nucleare (ride, ndr). Vuole essere semplice, veloce e immediato. Vuole dare strumenti pratici che un ragazzo giovane, ma anche gli addetti ai lavori, possano utilizzare a loro vantaggio in maniera molto semplice. E’ strutturato come tutorial, sotto forma scritta. Ci sono dei messaggi e delle storie che possono trasmettere degli strumenti facilmente applicabili per tutti. Ecco, questa è l’idea”.  

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Il libro si rivolge soltanto a chi gioca oppure anche, ad esempio, agli allenatori? 
Tanti allenatori mi hanno scritto dopo aver letto il libro. Hanno trovato degli spunti importanti per la loro professione, sia a livello di comprensione della mentalità di un calciatore, che per gli strumenti pratici, come la costruzione di un obiettivo per la squadra, o come utilizzare certe leve motivazionali per fare al meglio il loro mestiere. Quindi ti dico che si rivolge sia ai giocatori che agli allenatori”. 

Lavorando sulla testa degli sportivi fin da giovani si hanno più benefici rispetto al cominciare a farlo da adulti? 
Quello che fa la differenza è l’atteggiamento con cui una persona comincia un percorso di crescita personale. In genere i ragazzi giovani hanno un grandissimo desiderio di arrivare, quindi sono anche molto permeabili, tendono a mettersi in discussione, si fidano e vogliono trovare la strada per farcela. Lavorare con i giovani è facile ed è bellissimo, proprio perché hanno una purezza e una voglia unica. Con i giocatori affermati, invece, la cosa determinante è basare il rapporto di collaborazione sulla ricerca del dettaglio della prestazione. Dico così – prosegue Vianello – perché si tratta di giocatori che hanno già raggiunto il primo obiettivo, ovvero quello di essere calciatori professionisti. A quel punto il loro desiderio è quello di volere, per se stessi, ancora di più. Come mental coach, nel calcio, non lavoro sul bisogno ma sul dettaglio, sul particolare che fa la differenza. Questi professionisti vanno già alla grande, quindi vanno alla ricerca di quel qualcosa che dia loro qualcosa in più, quindi soddisfazioni e gratificazioni ulteriori. In molte collaborazioni il campo è uno degli ambiti, ma ho incontrato professionisti che desiderano lavorare su tutta la persona, quindi non soltanto sull’ambito calcistico, ma vogliono acquisire competenze di natura comunicativa, relazionale. Si stanno già preparando a quello che faranno dopo il calcio. Questo è bellissimo, è un’altra parte meravigliosa del mio lavoro, perché posso aiutare alla costruzione di competenze che saranno utili dopo, sia che facciano gli allenatori, i dirigenti o qualunque altra cosa. Il desiderio di migliorare e di crescere sempre è bello”. 

Come è vista la tua professione nel mondo del calcio? 
Questa è una domandona (ride, ndr). Spesso è ancora vista come quella del ‘risolutore di problemi psicologici’. Credo che questa sia una mentalità vecchissima, sbagliata e obsoleta. Il coach non lavora per risolvere problemi, bensì per costruire delle situazioni e delle strategie pratiche. E’ una differenza di orientamento. Penso che un calciatore si debba avvicinare ad un mental coach nel momento in cui le cose vanno benissimo. Quando tutto va bene nella tua carriera e nella tua vita, allora quello è il momento di cercare qualcosa di diverso con l’obiettivo di migliorare sempre e cambiare mentalità. E’ una cosa che sta avvenendo non ancora con la velocità che sarebbe auspicabile. C’è chi tende a chiamare un mental coach quando le ha provate tutte e rimane l’unica opzione disponibile. Invece credo che proprio dopo una tripletta o una grande prestazione le persone attorno a te dovrebbero stimolarti e dirti “è il momento di fare qualcosa di diverso”. E quindi la collaborazione comincerebbe con la ricerca del miglioramento e del dettaglio”. 

Spesso, invece, quando le cose vanno bene alcuni sportivi rischiano di accontentarsi e mollano un po’ la presa. Vero?
Questa è la cosa più pericolosa in assoluto. In questo mondo appena ti fermi sei perduto. E’ una cosa sbagliata proprio a livello di mentalità. Il gioco si cambia quando le cose vanno bene, e questo ce lo insegnano anche molti grandi allenatori. Il momento di mettere un qualcosa in più è quando la squadra va bene. E’ il momento giusto, perché sei nello spirito di volerti migliorare ancora. Questo deve essere uno dei grandi obiettivi che un calciatore dovrebbe porsi”. 

Consiglieresti la presenza di un mental coach nell’organigramma di un settore giovanile?
Sì, soprattutto nei settori giovanili, perché è lì che si cominciano a mettere le basi della mentalità. Avere una persona che lavora con tutto lo staff e che viene vista come una figura di raccordo che trasmette il proprio know-how di conoscenze è importante. Può aiutarli a costruire la mentalità giusta – spiega Vianello -, la cultura del lavoro e il desiderio di migliorarsi sempre. Credo che Cristiano Ronaldo abbia dimostrato cosa serve per essere decisivi. Calcisticamente non lo considero il migliore di tutti, ma credo che sia il giocatore più decisivo nel calcio. Ha questa caratteristica per la sua cultura del lavoro, per la leadership e la continuità di rendimento in campo. Sono questi tre i temi su cui lavorare nel settore giovanile fin da subito”. 

C’è un messaggio che vuoi lanciare ai giovani che sognano di diventare calciatori?
La cosa che mi viene da dire ai ragazzi è quella di avere la voglia di investire su se stessi e sulla propria vita. Di essere molto curiosi, andare a scoprire più cose possibili, vivere esperienze e guardare anche al di fuori del mondo del calcio. Di rimanere persone vive, curiose, affamate e determinate a migliorarsi. Guardare sempre avanti”. 

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